Dall’Introduzione di Fernanda Pivano:
«Il primo ad essere sorpreso del suo enorme successo è Wallace stesso, che lo definisce “una schizofrenia d’attenzione” e considera la sua “carriera” una delle più rispettate sperimentazioni letterarie della sua generazione.»
[…]
«Lo scrittore ritiene questa raccolta la sua opera più inquietante, ma quando ha cominciato a scriverla non precedeva che lo sarebbe diventata; non precedeva neanche “che gli amici avrebbero pensato che riflettesse qualcosa che succedeva a me; e se questo fosse vero, sarei l’equivalente letterario di uno che scrive aiuto sullo specchio senza saperlo”. »
[…]
« Il libro non è un libro facile e non è stato facile neanche scriverlo per Wallace, anche se è stato più facile di Infinite Jest. In un’intervista ha detto: “I romanzi sono come i matrimoni. E’ così triste finirli. Quando ho finito il mio primo libro mi è parso di essermi innamorato della mia protagonista e che fosse morta. Bisogna capire che scrivendo un romanzo nascono strani e invisibili amici e poi si devono uccidere, anche se sono stati vivi soltanto nella nostra immaginazione, e dopo averli uccisi si deve andare dal droghiere o parlare alla gente nei ricevimenti e simili. I personaggi dei racconti sono diversi. Diventano vivi negli angoli degli occhi. Non si deve vivere con loro.” »
da Brevi Interviste con Uomini Schifosi, David Foster Wallace, ed. Einaudi – Traduzione di Ottavio Fatica e Giovanna Granato
“La persona Depressa” è uno dei capitoli di punta di questa voragine acuminata che scava gallerie nello stomaco e dove la macchinosa sopravvivenza è imbullonata ai relitti dell’alienazione. Come sempre, nelle pagine del Nostro si susseguono catene di montaggio d’intelligente tedio spiralitico solcate e sbudellate da disseminati lampi di genio a forma di catapulta catartica. Si narra di Mostri in queste brevi non interviste, si narra di Mostri bloccati fra una risposta ed una mancata domanda, radiografati nella risonanza magnetica del linguaggio chirurgicamente dissezionante. Siamo tutti Mostri. Nascosti dietro i Vibratori, nelle percussioni cerebrali nascenti ad ogni pagina, nelle trivelle concettuali dove ricicliamo impastiamo e amalgamiamo storie di personale ossessione. Sulla griglia del picnic: Nevrosi e Garanzia, Soggezione e Profezia, Profeti del Realismo Isterico e Rulli Compressori Iperparabolici. Scandagliate letterarie superpatinate da stroboscopico slang e dolcificate da ipocaloria zoomata delle Certezze demolite. Le Trame sono accennate, accatastate e bruciate a fuoco lento. DFW fa sua la concatenazione del ragionamento con il quale si addentra in concetti sminuzzando le astrazioni a prezzemolo con talentuosa maestria decostruente. Il suo è abuso ininterrotto della coscienza. Il suo iperzoom elucubratorio ed intellettualistico-sbracato sugli oggetti, QUALSIASI STRAMALEDETTO oggetto, è meramente terrificante. Mi assale la percezione proteiforme che tutto sia ineluttabilmente descrivibile, parolabile, raccontabile, descrivibile, anche la genesi del pensiero mentre si scalpella nella verità che ti prende di mira e ti defeca sullo zerbino cerebrale.
Eccolo, il Canto della Forma, il Sacerdozio della Dipendenza, il Pionierato del Disfacimento: un infinito scherzo che esigo non finisca mai.
Questo post è stato pubblicato il Marzo 28, 2008 alle 9:32 pm ed è archiviato in alienazione, citazioni, conati e narrazioni personali, david foster wallace, letteratura, letture, libri, realismo isterico con i tag alienazione, brevi interviste con uomini schifosi, david foster wallace, dfw, digressioni, dipendenza, einaudi, fernanda pivano, infinite jest, letteratura, letture, libri, nevrosi, realismo isterico. Puoi seguire i commenti a questo post con il feed RSS 2.0.
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Marzo 29, 2008 a 12:56 pm
Il realismo isterico è tra le mie dipendenze da tempo, ma qui dicono ovvietà.
Tutto è narrabile e raccontabile e analizzabile. Di più. E’ trasformabile in parole anche l’inenarrabile, l’inesistente, l’indefinibile. Per forza. Abbiamo inventato il linguaggio proprio per questo. E quando il linguaggio non basta, lo distruggiamo e lo ricostruiamo da capo a nostro uso e consumo.
Marzo 29, 2008 a 11:40 pm
La sfida della Letteratura è saper narrare l’ovvio. E’ la cosa più difficlie.
Marzo 30, 2008 a 2:10 am
Nel mio commento manca un “si”. Era “si dicono ovvietà”, nel senso di Io dico ovvietà. L’avevo smarrito. Che se no non si capisce.
La sfida della Letteratura è narrare l’ovvio in modo da non renderlo tale. Intendi questo, giusto?
Marzo 30, 2008 a 8:14 am
Ah…io adoro quel libricino! Mondo Adulto è spettacolare.
Più volte ho riletto quella costruzione linguistica in presa diretta, da cui scaturiscono mondi paralleli…adulti e non solo. Geniale. Un capolavoro, ecco.
Comunque, io adoro Wallace.
Marzo 30, 2008 a 1:28 pm
Questa è la mia impressione: un tracimare di parole, un’aggressione del Logos impazzito ai danni dell’ente in generale, proprio lì dove non si riesce più ad ‘afferrare’ niente, dove tutto è virtuale, dove tutto ha perso il suo statuto di concretezza. Una letteratura da Tramonto Della Civiltà, senza dubbio affascinante nella sua decadenza ipercinetica (a vuoto)
Marzo 30, 2008 a 10:17 pm
_tu non sei qui, sì, raccontare l’ovvio, non solo magari per farlo risultare altro, ma magari anche solo “ovvio”.
_missy anche io lo adoro intellettualmente parlando, non so se si era capito..
_Daidalos è così. La civiltà è nascosta dietro maschere di normalità che crediamo la norma.